mercoledì, 13 febbraio 2008,07:45

da http://oldfansfondi.splinder.com/

...anche il terzo mese in archivio, senza alcuna novità sostanziale. I protagonisti sempre lì al loro posto, nessuna traccia di giustizia, nemmeno lontanamente. All'orizzonte però le settimane decisive, come da tempo preannunciato. Un tutore dell'ordine indagato dalla Procura di Arezzo con quell'accusa di omicidio volontario, reato che prevede una pena non inferiore ai ventuno anni di prigionia. Nel frattempo però un Pubblico Ministero dispone una serie di accertamenti tecnici, volti a stabilire l'esatta dinamica del colpo esploso dall'agente. Il termine ultimo, che il PM ha stabilito per il deposito delle perizie, scadrà a fine mese, e la speranza è la stessa da tre lunghi mesi: chi ha ucciso Gabbo deve trascorrere in carcere la giusta pena, senza sconti o favori. Inammissibile pensare che ancora oggi sia a piede libero! Pranza tranquillo...


La strategica disinformazione politica e televisiva ci ha propinato ogni tipo di versione: rissa tra tifosi, colpo accidentale che faceva otto carambole e solo per pura sfortuna colpiva un ragazzo che dormiva in una macchina nella corsia opposta dell’autostrada, agguati e scontri, con coltelli e sassi, poi rinvenuti nell’aiuola dell’autogrill (come quella sacca piena di coltelli spranghe e asce che trovano dentro ad un cespuglio prima di ogni derby da venti anni a questa parte…). Insomma la verità è… che la verità ci viene nascosta come sempre in Italia. Sulla persona che ha sparato senza motivo è calato il silenzio stampa, non esiste il caso, non è mai esistito niente, non si sono fatti decreti straordinari che per assurdo obbligano ogni poliziotto in transito sull’autostrada a presentare al casello: codice fiscale, documento, certificato di residenza, suo e di tutti quelli che ha in macchina, in originale, come accade a noi che andiamo allo stadio in virtù di una tutela inesistente. Il silenzio omertoso accompagna le vicende buie da sempre, ma non è calato il nostro sdegno, per quanto è accaduto, per come si è tentato di infangare la memoria di un ragazzo che non c’è più nel pieno dei suoi anni, uno come noi che seguiva la sua squadra ed invece ha trovato la morte, inutile, stupida; sdegno ancora più accentuato dall’omertà e le panzane rifilate da chi fa o dovrebbe fare della giustizia e della verità la propria missione istituzionale e di vita.


Nell’Italia dei tanti pesi e delle tante misure viene tutelato l’assassino al posto dell’assassinato; non sono episodi rari se si ricorda, ad esempio, che è stato addirittura premiato chi ha ammazzato investendo ubriaco quattro ragazzini per strada, con soggiorno in un appartamento con vista mare e la possibilità di sbarcare il lunario nell’ambito "pubblicitario". Non stupisce, quindi, che venga oggi protetto l’assurdo comportamento di una persona che pensa bene di sparare ad altezza d’uomo. Per questa Italia di cacca, "munnezz", veline e “Costantini”, di "Onorevoli" che bestemmiano e brindano in Parlamento, si insultano e cambiano colore a seconda del vento... vergogna!

 

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lunedì, 11 febbraio 2008,16:43

di Bianca Penna (www.asgmedia.it

Sono passati tre mesi da quella tragica mattina di novembre. Gabriele Sandri, giovane tifoso laziale, si stava recando a Milano per vedere la partita della sua squadra quando, all'uscita dell'area di servizio Badia al Pino, sull'autostrada A1, un proiettile sparato da un agente della polizia stradale, Luigi Spaccarotella, lo colpisce. Morirà qualche minuto dopo in macchina.
Sono passati tre mesi durante i quali il volto di Gabbo, come lo chiamavano gli amici, è rimasto impresso nella memoria dei tifosi, della gente comune, di chi lo conosceva e dei suoi amici.
Tre mesi nei quali giustizia ancora non è stata fatta.
Venerdí scorso, al Campidoglio, è stata inaugurata la Fondazione Sandri. Il fratello di Gabriele, Cristiano, ha spiegato che "il proposito che si pone è quello di sradicare la violenza che è presente nella società, quella che arriva fino al calcio e che caratterizza la nostra società. I valori come la lealtà, il rispetto, propri dello sport, o la fratellanza che unisce una squadra di calcio sono valori che possono essere trasfusi nell'ambito del sociale" ha detto Cristiano.
Ma i protagonisti di questa storia sono tanti.
C'è quell'agente. C'è Luigi Spaccarotella, accusato di omicidio volontario, a piede libero, che per adesso non ha avuto nemmeno i domiciliari. C'è Spaccarotella che ha sparato da un autogrill verso un altro autogrill. C'è un uomo che, con metodo, si è piegato e ha preso la mira. C'è il suo proiettile che ha attraversato piú di quattro corsie dell'autostrada.
Poi c'è un gruppo ristretto di persone, che quella domenica si trovava dentro la macchina, un gruppo di persone per le quali la vita è stata segnata in modo indelebile da un'azione assurda, incomprensibile, incredibile da credere. Un gruppo di persone che continua a ricordare Gabriele con iniziative, un gruppo di persone che è stato incolpato per una rissa che non c'è mai stata, con l'accusa di aver provocato l'azione dell'agente della polstrada.
E ancora ci sono i tifosi, quelli che nei valori del calcio vero e piú profondo credono ancora. Quelli che per i primi giorni sono stati accusati della morte di Gabriele per la violenza che metterebbero in campo in ogni trasferta, durante ogni partita. Quelli che nella lealtà, nella fratellanza, nel tifo e nei colori credono profondamente. Quelli che dopo quel giorno, negli stadi, non sono stati piú gli stessi. Quelli che, divisi forse dall'appartenenza a quella o a quell'altra squadra, si sono stretti intorno ad una famiglia e ad una comunità intera.
C'è la gente comune. C'è la gente che fino all'ultimo momento ha creduto che si trattasse di un sogno, che non potesse essere vero. Quelli che, in un lungo e silenzioso corteo, sono andati a salutare Gabriele alla camera ardente, al funerale, quelli che lo ricorderanno sempre. Quelli che, anche se del calcio e del tifo non gliene importa nulla, sono rimasti increduli quando un omicidio è stato giustificato per la violenza dei tifosi. Quelli che hanno pensato che durante lo sparo, forse, potevano passare su quelle corsie in macchina. Quelli che vogliono giustizia.
Ci sono i media. C'è la stampa. Ci sono tutti quelli che quella mattina hanno intitolato i loro articoli 'Rissa tra tifosi, un morto', senza comprendere la gravità delle parole che avevano messo nero su bianco, senza capire che venivano meno ad uno dei doveri dei giornalisti: dire e soprattutto raccontare la verità cosí com'è.
Poi c'è la famiglia di Gabriele. C'è una famiglia che non ha ancora avuto giustizia, una famiglia che ha il diritto di avere giustizia.
C'è un'intera popolazione, una nazione, che ha bisogno di sapere com'è andata, ha il diritto di credere che i colpevoli siano presi e abbiano la giusta punizione.
Poi c'è Gabriele. C'è Gabriele che forse quella partita l'ha vista.
C'è Gabriele che forse allo stadio continua ad andare, senza mai smettere di sorridere.

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mercoledì, 06 febbraio 2008,13:51

Pubblichiamo il comunicato stampa dei ragazzi della Curva Furlan di Trieste:

In questi giorni la Questura di Trieste ha consegnato tre diffide ad altrettanti nostri appartenenti per avere osato tenere in mano lo stendardo del gruppo cui apparteneva Gabbo, in segno di ricordo per lui. Risulta assolutamente incomprensibile un tale accanimento delle forze dell'ordine nei confronti di chi ricorda un morto da esse stesse provocato, cosa questa che fa pensare al fatto che le forze dell'ordine abbiano la coda di paglia a riguardo dell'omicidio Sandri.
Cosa c'entrano le diffide perché si ricordava l'appartenenza di un morto? Cosa c'entra questo con la violenza negli stadi? Violenza negli stadi che a quanto pare ora viene esercitata solo le forze di polizia che hanno diritto di vita e di morte su qualsiasi persona che va allo stadio e come sappiamo non solo. Loro questa violenza la possono fare eccome! Che si chiami violenza fisica, psicologica poco importa; loro la chiamano giustizia e in suo nome calpestano i minimi diritti, non solo degli Ultras, ma di tutti i cittadini! Perché hanno associato la violenza negli stadi con gli stendardi di appartenenza dei vari gruppi annullando il colore? Che cosa c'entra con la violenza? E perché una persona, per avere mostrato una semplice bandiera o stendardo senza che vi sia vergato nulla di offensivo nei confronti di alcuno né ricordi regimi violenti o istigazioni varie, deve pagare con una diffida e soprattutto con TRE FIRME da fare durante la partita? Tre firme... ma si rendono conto che la pena è smisuratamente esagerata? Senza poi nessuna denuncia e nessun reato grave!
Lo chiamano reato amministrativo, ma allora perché lede la liberta' personale in assenza di violenza? Siamo stufi di questo stato di cose e di questo accanimento sconvolgente e illiberale. Lo rifiutiamo! Protesteremo a modo nostro ma, sappiate che anche voi, vecchi, donne e bambini, siete un potenziale bersaglio di arroganti "difensori" di un ordine che è e sarà sempre più odiato.

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mercoledì, 06 febbraio 2008,00:48

Milano, 5 febbraio - Sono passati quasi tre mesi, era l`11 novembre, dalla morte del tifoso della Lazio Gabriele Sandri. Il padre Giorgio continua a pretendere giustizia, ma sta pensando di compiere un gesto che faccia capire come la tragedia di suo figlio sia estranea al calcio: andare a vedere il prossimo derby in curva sud: `Sono intenzionato ad andare in sud - ha detto ai microfoni di Supernova tv - I tifosi certe volte sono descritti come chissa` cosa, quando invece sono semplici cittadini che hanno un cuore, una testa e dei sentimenti. Io in Curva Sud ci vado volentieri...`.
`In quell`automobile potevo esserci io, che allo stadio non vado da diverso tempo - ha proseguito - Potevo andare a fare una gita, a teatro o magari a Firenze: il calcio non c`entra nulla in questa storia. Mio figlio e` stato ucciso su un`autostrada e basta`.

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martedì, 05 febbraio 2008,14:07

Corrono su e giù per le tribune di San Siro. Entusiasti. "Questo è il posto dove si siede Berlusconi? A me sembra che qui si metta Moratti invece". Commentano. Ricordano. Fotogrammi che sino a poco prima avevano visto solo in tv. Tifosi. Bambini. Quelli delle scuole elementari di Milano.
STOP VIOLENZA - Quelli del progetto Un calcio alla violenza ideato dalla dottoressa Beatrice Di Virgilio del forum della solidarietà Lombardia, subito dopo la tragica scomparsa dell’agente Filippo Raciti durante gli scontri avvenuti all’esterno dello stadio di Catania, durante il derby col Palermo. "Diverse persone della mia famiglia — racconta la Di Virgilio — appartengono alle forze dell’ordine. L’episodio Raciti mi ha sconvolto. Mi sono chiesta cosa potessi fare. La risposta l’ho trovata rivolgendo lo sguardo al nostro futuro, i bambini. Tutti sin da piccoli, dovremmo conoscere il duro lavoro della polizia. La stessa che ogni giorno cerca di proteggerci".
IL PROGETTO - Da qui l’idea di creare dal nulla, un percorso per avvicinare i bambini a una visone pulita dello sport. Pensando che saranno i tifosi di domani. Venerdì (il primo degli 8 appuntamenti previsti) dunque, 350 piccoli alunni, anche, grazie alla collaborazione del museo San Siro, hanno potuto visitare tutta la "Scala del calcio", spogliatoi di Milan e Inter compresi. Finito il percorso all’interno dell’impianto sportivo, i bambini sono stati ricevuti nella sala Executive del Meazza. Ad attenderli, Andrea Valentino primo dirigente del commissariato Garibaldi-Venezia della Polizia di Stato che ha raccontato, assistito da Patrizia Peroni responsabile delle relazioni esterne delle questure di Milano, il rapporto tra l’agente di polizia e il calcio. "Quello del poliziotto allo stadio — racconta Valentino è un lavoro duro che comincia la domenica mattina e finisce la sera tardi all’esterno dello stadio. Non possiamo di certo guardare le partite...".
TACCONI - Era presente anche Stefano Tacconi, lo storico portiere della Juve. "Ho vissuto il fenomeno hooligan..." Il riferimento qui è ai 39 tifosi morti all’Heysel il 29 maggio ’85 durante la finale di coppa Campioni vinta amaramente dalla Juve sul Liverpool. "Questo progetto getta un seme di speranza, ma sarebbe opportuno conoscere il pensiero dei capi ultrà. Invitiamoli! Sarebbe interessante conoscere il loro punto di vista".

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martedì, 05 febbraio 2008,09:20

da www.bol.it

TIFARE CONTRO di Giovanni Francesio

1968-2007. E' racchiusa fra queste date la parabola degli ultras italiani. Dalla fondazione del primo gruppo alle morti dell'agente Filippo Raciti e del tifoso Gabriele Sandri: la fine della storia, se vincerà la linea della repressione a tutti i costi. Sono passati quarant'anni, eppure in molti compresi quei commentatori che il calcio lo vedono solo in tv o quei politici che la curva la osservano dal caldo della tribuna vip - sanno ancora poco del mondo ultras. I giudizi sferzanti, quelli sì, riempiono le colonne dei giornali: "tutti delinquenti", "sono bestie e come tali vanno trattati", "il male assoluto del calcio". In attesa di una terapia più efficace di quella praticata finora - ovvero botte e diffide - e di una gestione meno anacronistica degli stadi è il momento giusto per provare a sollevare il velo dell'ipocrisia e fare luce su un fenomeno che del discusso "sistema calcio" non è nemmeno la parte più marcia. Un libro schietto e provocatorio, per raccontare le curve senza giri di parole. Dal punto di vista di chi la curva l'ha vissuta.

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venerdì, 01 febbraio 2008,09:24

da www.supertifo.it e www.sportpeople.net

Scrivere a botta calda è difficile e rischioso, ma la tragicità di un evento come la morte di Gabriele Sandri non solo non lascia spazio a temporeggiamenti, ma obbliga a prendere una posizione, di certo coerente con i pensieri di sempre e dunque distante dai pensieri dominanti. Domenica 11 novembre è stata una giornata dura e dolorosa, ed il delittuoso avvenimento nell’area di servizio della A1 ne è solo una parte. Ma andiamo con ordine. La notizia arriva via telefono verso mezzogiorno, improvvisa e perfida come un montante in pieno volto. Subito cerco conferme e dettagli in tv, dove intanto prende corpo il più classico teatrino mediatico e si recita un copione già visto e rivisto: nel leggere i lanci di agenzia la morte del giovane tifoso laziale viene inserita nel quadro di scontri tra opposte tifoserie, pur essendo stato raggiunto da un colpo di pistola. Che sul posto sia intervenuta la Polizia per tentare di sedare una presunta rissa è un particolare, a questo punto, ovvio quanto determinante. Scrivo a distanza di quarantotto ore e nel frattempo è emerso il “dettaglio” che, per certo, un agente ha sparato, a rissa già conclusa, dall’opposta corsia dell’autostrada: roba da poliziesco americano di quarta serie. Come sempre in questi casi le autorità hanno dato conto di colpi sparati in aria a scopo dissuasivo, ma la verità è che un proiettile ha centrato un bersaglio che stava seduto in auto e che alla rissa forse nemmeno aveva preso parte. Un testimone delle ultime ore afferma di avere visto il poliziotto sparare a due mani, nella tipica posizione da poligono di tiro, mentre dalle dichiarazioni di altri agenti sembra ci fosse la piena consapevolezza che i protagonisti del diverbio fossero dei tifosi. Mi si rivolta lo stomaco: il dolore e la rabbia, nonché le improbabili ricostruzioni che i questurini di turno hanno tentato di farci bere, sono gli stessi che ho vissuto alla morte di un altro fratello, Carlo Giuliani.
Quel poco di sensatezza che sopravvive all’inesorabile coinvolgimento emotivo, da ultras e con gli ultras, mi fa pensare per un attimo che l’assurda gravità di quanto è accaduto travalica e precede, ma forse il condizionale è preferibile, qualsivoglia successivo collegamento calcistico: in un paese civile e democratico gli sceriffi non possono avere cittadinanza ed un fatto del genere dovrebbe (il condizionale, appunto) fare insorgere l’intera opinione pubblica e, perché no, la stessa casta politica. Ma siamo nel Paese delle emergenze e del garantismo a senso unico, pretendere un po’ di buon senso appare del tutto fuori luogo. Infatti, sin dalle prime tribune televisive, gira e rigira si finisce sempre a parlare della violenza ultrà, degli incappucciati da stadio, delle trasferte da vietare tout-court come sublimazione totale di tutti i decreti e di tutti i divieti. Già, perché la morte di Gabriele innesca sì un processo, ma i principali imputati, anche stavolta, sono gli ultras, nella fattispecie quegli ultras che hanno dato sfogo alla loro rabbia: al di là dei fatti accaduti a Roma nella sera di domenica, dai quali mi dissocio perché frutto di dinamiche da rileggersi in chiave prettamente extracalcistica, sono bastate due vetrate mandate in frantumi e quattro schiaffoni qui e là per oscurare la tragedia di un ragazzo (un tifoso, ma poteva essere un padre di famiglia in gita domenicale) ucciso senza motivo. Appena otto mesi dopo la morte dell’Ispettore Raciti, sulla cui vera ricostruzione continua a persistere un mistero impenetrabile, gli ultrà tornano loro malgrado ad essere in cima ai problemi di un intero Paese, oscurando ogni altra questione: morti sul lavoro, criminalità organizzata, immigrazione clandestina, corruzione, persino i lavavetri di Firenze avranno qualche giorno di tranquillità. Per il mondo del tifo organizzato la sentenza è già stata scritta ed è pronta la ricetta di sempre: repressione e divieti, divieti e repressione… Il tutto, naturalmente, senza diritto ad alcun contradditorio, ci mancherebbe altro, ma anche senza cercare di capire cosa può essere passato per la mente e per il cuore di migliaia di ragazzi che, in una mite domenica d’autunno, si sono sentiti dei “dead men walking” e che hanno pensato, anche solo per un attimo, che Gabriele potevano essere loro, che così non si può andare avanti, che c’è un limite a tutto. Passi il vergognoso silenzio che da sempre si portano con sé le morti di Stefano Furlan, di Celestino Colombi, di Fabio Di Maio, di Sergio Ercolano. Passi il sistematico insabbiamento delle pistolettate ad Empoli-Vicenza del 1992 e delle vicende Alessandro Spoletini (2001) e di Paolo di Brescia (2005). Passino gli assurdi divieti del decreto Melandri-Amato, i Daspo e le denunce a tradimento, passino persino i pestaggi gratuiti dei blu, ma morire a 28 anni in questo modo non poteva che scatenare una reazione forte… O qualcuno pensava forse che certe cose si possano esprimere con dei comunicati stampa o con uno sciopero della fame? Qualcuno può spiegarmi perché se un agente di pubblica sicurezza, piuttosto che un Ministro od un altro soggetto “upper class”, compie un reato la responsabilità (semmai verrà accertata) è sempre individuale mentre se il colpevole è un ultras si sputano sentenze sommarie e si criminalizza un intero mondo fatto di centinaia di migliaia di giovani? Qualcuno può dirmi cosa sta succedendo alle Forze dell’Ordine italiane, negli ultimi anni protagoniste di svariati episodi poco limpidi (l’eufemismo è d’obbligo…): dal G8 di Genova al caso di Federico Aldrovandi, dalla mattanza di Roma-Manchester fino alla recentissima morte di un falegname 54enne nel carcere di Perugia? Eppoi, fuor di retorica, di buonismo e di politically correct, ci dicano i nostri politici di mezza età come reagivano negli anni Settanta quando queste cose capitavano (eccome se capitavano!) ad un loro compagno o ad un loro camerata…
La mia maledetta domenica la vivo proprio a Bergamo, per Atalanta-Milan, dove va in scena il meglio (o il peggio, vedete voi…) della rabbia ultrà. Da queste parti la solidarietà ultras ha radici lontane e quando la tragica notizia si diffonde la rabbia monta, inevitabilmente, contro il primo nemico, così all’ora dell’aperitivo un gruppo di cellulari viene fatto sloggiare, manu militari, dall’avamposto vicino alla Nord. Pim-pum-pam: oggi non è aria per voi, sparite dalla circolazione. Ma la vera sorpresa giunge poco più tardi, cioè quando arrivano gli ospiti. Mai avrei pensato di vedere le due fazioni, nemiche di lunghissima data, mischiarsi e partire, insieme, contro le divise blu. Anche questo la dice lunga sullo stato d’animo che alberga nei cuori ultras, un’esasperazione cresciuta negli anni che certo non giustifica, ma spiega certo sì, certi atteggiamenti. Dopo i preliminari di rito parte una carica senza se e senza ma, le Fdo sono costrette a sparare lacrimogeni e tuttavia devono ripiegare pesantemente. La situazione si calma ma è tutt’altro che normale, ed anche dentro lo stadio l’atmosfera è pesante. Lo splendido colpo d’occhio di un Brumana da tutto esaurito fa a pugni con una tensione che si taglia a fette: gli ultras dell’una e dell’altra parte chiedono di sospendere la partita, mentre il coro “Assassini-assassini” rimbomba più volte dalle due curve. Dopo la reazione di pancia, sbagliata come forse lo sono tutte le reazioni di pancia, gli ultras ora chiedono un segnale di rispetto, un gesto di buon senso ancora prima che simbolico: fermiamo il carrozzone del calcio, riflettiamo su quello che è successo senza pregiudizi e senza reticenze, cerchiamo di capire cosa non sta funzionando e cosa non ha funzionato in questo turbine di tolleranza zero. Anche nei palazzi del potere si è appena discusso se giocare oppure no, ma se dal mondo sportivo sembrava aprirsi uno spiraglio, quello politico ed istituzionale hanno chiuso subito la porta a doppia mandata: i giornali del lunedì, in particolare, riferiscono di un vero e proprio diktat del capo della Polizia Manganelli, contrario ad ogni possibile paragone con lo stop decretato alla morte di Raciti. A sua volta il Ministro degli Interni Amato avalla tale decisione e spiega che in questo modo si sono evitati ulteriori disordini, ma se una cosa del genere poteva forse giustificare la disputa di una finale di Coppa Campioni preceduta da 39 morti, questa volta appare come una posizione preconcetta, ed infatti larga parte del mondo politico, senza vincoli di maggioranze, criticherà tale decisione… A Bergamo come altrove, eccezion fatta per Inter-Lazio, la partita dunque si gioca, pur cominciando con 10 minuti di ritardo e con il lutto al braccio dei giocatori. Gli ultras non si rassegnano alla logica dello spettacolo che deve continuare: ai cori si aggiunge qualche torcia che piove in campo dalla Nord, ma il match inizialmente va avanti. I bergamaschi optano allora per la linea dura e cominciano ad infierire contro una vetrata che dà accesso al campo, fintanto che la stessa non dà segni di cedimento. Il resto è storia nota: i giocatori che si avvicinano alla curva, la discussione coi tifosi, la sospensione della partita, i processi mediatici, gli arresti, le istituzioni e la stessa Atalanta Bergamasca Calcio che annunciano di costituirsi parte civile. Pensatela come volete, ma tra tutte le cose che si potrebbero dire a proposito di un tombino usato a mo’ di ariete, io dico che i ragazzi della Nord hanno dovuto ricorrere all’unica opzione che avevano per essere presi sul serio, e la morte di Gabriele era una cosa maledettamente seria per non tentare il tutto e per tutto. Dico di più: come fecero i genoani quando morì Spagna, anche domenica scorsa gli ultras avevano il diritto di pretendere la sospensione della partita ed il dovere morale di imporre a tutto il mondo del calcio una profonda riflessione su quanto accaduto. Chiamatelo forse anche diritto al rancore, ma a è un rancore che non nasce dal nulla…
State pur certi che decine, forse centinaia di ragazzi pagheranno un conto salatissimo per la loro azione, a Bergamo, come a Taranto, come altrove. State altrettanto certi che per loro non sarà contemplata nessuna presunzione di innocenza fino al processo, nessuna attenuante, nessuno sconto di pena: ne va dell’immagine di uno Stato incapace di garantire l’ordine pubblico, se non vietando, proibendo e, spiace dirlo, mostrando tanti muscoli e poco cervello, soprattutto se si tratta di perseguire il ladro di polli e non il pappone o il bancarottiere di turno. Ma ha ancora un senso argomentare su tutto questo? Si dice che la morte non ha colori ed è uguale per tutti, ma non è vero: non lo pensa lo Stato, impegnato soprattutto a minimizzare il vero fatto scandaloso della giornata; non lo pensano le Istituzioni sportive, che sospendono i campionati in una domenica in cui la serie A già era ferma; non lo pensa il tifoso comune, soprattutto quello che allo stadio ci va solo, appunto, per un Atalanta-Milan e le altre 37 partite le guarda in poltrona. Già, perché al dolore della morte di un fratello, nell’imbrunire di questa maledetta domenica si palesa uno stadio che non solo non appoggia, ma addirittura insorge contro le due fazioni ultras, irridendole con cori offensivi e, di fatto, isolandole come tanti buoni predicatori da anni chiedevano si facesse. Mi gioco la testa che questi “tifosi modello” erano già pronti a spellarsi le mani per un ringhio di Gattuso o una punizione da Pirlo, erano pronti a festeggiare il goal dell’una o dell’altra squadra, forse anche a lanciare la classica bottiglietta d’acqua contro il guardialinee venduto… Preferisco stare con chi ha forse esagerato ma lo ha fatto per un motivo serio, ma quando, dentro e fuori il Brumana, ultras atalantini e rossoneri si mescolano ed alzano gli ultimi cori insieme, mi sfiora un brivido: e se fosse il canto del cigno?! Sappiamo che sarà sempre più dura andare avanti, ma abbiamo un motivo in più per stringere i denti e non mollare… ciao Gabriele.

Lele
(Gabriele Viganò)

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