di Bianca Penna (www.asgmedia.it)
Sono passati tre mesi da quella tragica mattina di novembre. Gabriele Sandri, giovane tifoso laziale, si stava recando a Milano per vedere la partita della sua squadra quando, all'uscita dell'area di servizio Badia al Pino, sull'autostrada A1, un proiettile sparato da un agente della polizia stradale, Luigi Spaccarotella, lo colpisce. Morirà qualche minuto dopo in macchina.
Sono passati tre mesi durante i quali il volto di Gabbo, come lo chiamavano gli amici, è rimasto impresso nella memoria dei tifosi, della gente comune, di chi lo conosceva e dei suoi amici.
Tre mesi nei quali giustizia ancora non è stata fatta.
Venerdí scorso, al Campidoglio, è stata inaugurata la Fondazione Sandri. Il fratello di Gabriele, Cristiano, ha spiegato che "il proposito che si pone è quello di sradicare la violenza che è presente nella società, quella che arriva fino al calcio e che caratterizza la nostra società. I valori come la lealtà, il rispetto, propri dello sport, o la fratellanza che unisce una squadra di calcio sono valori che possono essere trasfusi nell'ambito del sociale" ha detto Cristiano.
Ma i protagonisti di questa storia sono tanti.
C'è quell'agente. C'è Luigi Spaccarotella, accusato di omicidio volontario, a piede libero, che per adesso non ha avuto nemmeno i domiciliari. C'è Spaccarotella che ha sparato da un autogrill verso un altro autogrill. C'è un uomo che, con metodo, si è piegato e ha preso la mira. C'è il suo proiettile che ha attraversato piú di quattro corsie dell'autostrada.
Poi c'è un gruppo ristretto di persone, che quella domenica si trovava dentro la macchina, un gruppo di persone per le quali la vita è stata segnata in modo indelebile da un'azione assurda, incomprensibile, incredibile da credere. Un gruppo di persone che continua a ricordare Gabriele con iniziative, un gruppo di persone che è stato incolpato per una rissa che non c'è mai stata, con l'accusa di aver provocato l'azione dell'agente della polstrada.
E ancora ci sono i tifosi, quelli che nei valori del calcio vero e piú profondo credono ancora. Quelli che per i primi giorni sono stati accusati della morte di Gabriele per la violenza che metterebbero in campo in ogni trasferta, durante ogni partita. Quelli che nella lealtà, nella fratellanza, nel tifo e nei colori credono profondamente. Quelli che dopo quel giorno, negli stadi, non sono stati piú gli stessi. Quelli che, divisi forse dall'appartenenza a quella o a quell'altra squadra, si sono stretti intorno ad una famiglia e ad una comunità intera.
C'è la gente comune. C'è la gente che fino all'ultimo momento ha creduto che si trattasse di un sogno, che non potesse essere vero. Quelli che, in un lungo e silenzioso corteo, sono andati a salutare Gabriele alla camera ardente, al funerale, quelli che lo ricorderanno sempre. Quelli che, anche se del calcio e del tifo non gliene importa nulla, sono rimasti increduli quando un omicidio è stato giustificato per la violenza dei tifosi. Quelli che hanno pensato che durante lo sparo, forse, potevano passare su quelle corsie in macchina. Quelli che vogliono giustizia.
Ci sono i media. C'è la stampa. Ci sono tutti quelli che quella mattina hanno intitolato i loro articoli 'Rissa tra tifosi, un morto', senza comprendere la gravità delle parole che avevano messo nero su bianco, senza capire che venivano meno ad uno dei doveri dei giornalisti: dire e soprattutto raccontare la verità cosí com'è.
Poi c'è la famiglia di Gabriele. C'è una famiglia che non ha ancora avuto giustizia, una famiglia che ha il diritto di avere giustizia.
C'è un'intera popolazione, una nazione, che ha bisogno di sapere com'è andata, ha il diritto di credere che i colpevoli siano presi e abbiano la giusta punizione.
Poi c'è Gabriele. C'è Gabriele che forse quella partita l'ha vista.
C'è Gabriele che forse allo stadio continua ad andare, senza mai smettere di sorridere.

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