martedì, 01 settembre 2009,12:23

C'era una volta: potrebbe cominciare proprio così questa riflessione, visto che stiamo andando a parlare di una vera e propria favola, propinataci per anni! Una favola a tutti gli effetti, con l'orco cattivo ed il principe azzurro, che sul suo destriero bianco e con gesta eroiche, era pronto a salvare la bella principessa ed il suo amato castello. Peccato che si tratti semplicemente di una favola, e come tale sarebbe dovuta rimanere, se qualcuno, dall'alto della sua immane saccenza e ineguagliabile convinzione, non avesse tentato a tutti i costi di farla passare per realtà.
Sto ovviamente parlando del tanto acclamato “modello inglese”, troppo spesso preso ad esempio dai vari pseudobuonisti e opinionisti da salotto, ogni qualvolta si è presentata l'occasione di trattare l'argomento della cosiddetta violenza negli stadi e dei “teppisti del calcio”.
Una bugia. Una farsa, che però alla fine è venuta a galla. Così come quando qualcuno, avendo ospiti a casa, per tentare di fare bella figura, si limita a nascondere la polvere sotto al tappeto: lo sanno anche i bambini che quel tappeto, prima o poi, verrà, inavvertitamente, alzato davanti a tutti, facendo fare una magra figura al padrone di casa. E questo è quello che è successo qualche giorno fa in Inghilterra, in occasione della partita di Coppa di Lega tra il West Ham ed il Millwall.
Una rivalità antica quella tra le due tifoserie di cui sopra. Un odio antico, che va aldilà delle logiche campanilistiche a cui siamo abituati in Italia, e che ha radici profonde e ben radicate nel tessuto sociale di queste due comunità. Due territori confinanti, composti, sopratutto negli anni venti, per la maggior parte da operai che lavoravano nelle fonderie e nelle fabbriche nella periferia ad est di Londra. In quegli anni, i tifosi del West Ham organizzarono uno sciopero al quale quelli del Millwall decisero di non aderire. Da quel momento in poi, l'escalation della rivalità, che causò anche un morto, nel 1978. Una rivalità che è stata anche ripresa nel recentissimo film “Green Street Hooligans” e che annovera tra i suoi attori protagonisti quel Elijah Wood, ai più famoso nei panni di Frodo ne “Il Signore degli Anelli”. Una pellicola che ha trattato in modo abbastanza approfondito, e anche piuttosto romanzato, la vita di una vera e propria “firm” di hooligans e che si conclude, in pratica, con uno scontro all'ultimo sangue tra le tifoserie, per l'appunto, del West Ham e del Millwall. E la sera scorsa questo scenario, ben lontano da un set cinematografico, si è verificato, in maniera ancora più eclatante e cruento, nei pressi e all'interno dello Stadio del West Ham, prima, durante e dopo la partita in questione. Scontri, invasioni di campo, inseguimenti, si sono protratti per ore, nonostante ci avessero raccontato, per molto e molto tempo, che tutte queste cose erano ormai state debellate definitivamente dagli stadi di calcio britannici.
Per anni abbiamo assistito, in televisione, ad immagini, spesso accompagnate da numerosi commenti pieni di insulsa retorica, di stadi inglesi con gente seduta in maniera composta, senza alcuna recinzione tra gli spalti ed il campo. Ci avevano fatto capire che questo famigerato “modello inglese” era riuscito a spazzare via gli ultimi residui di violenza relativi al mondo del calcio.
Peccato che, mentre ci somministravano tutte queste storielle, si dimenticavano, volutamente, di raccontarci dell'aumento esponenziale, negli ultimi anni, della violenza negli stadi durante le partite delle serie inferiori britanniche e che, sopratutto, sono mutati totalmente i luoghi di incontro-scontro delle tifoserie, che hanno deciso di trasferirsi, o nelle stazioni delle metropolitane, con notevoli disagi per gli altri, sfortunati, passeggeri, o in ampi spiazzi lontano dagli stadi, previo appuntamento, solitamente effettuato via internet. Senza scordare che il fenomeno “Hooligans” si ripresentava, puntualmente, ogni qualvolta la nazionale inglese giocava in trasferta o durante le partite all'estero di alcune squadre d'oltremanica.
Bisognerebbe quindi prendere atto che il sistema repressivo, tanto acclamato in passato, è pressoché fallito, così come si affrettavano a precisare i giornalisti che commentavano le immagini di qualche giorno fa provenienti da Londra. E' fallito fin dagli albori, ma in Italia ci ostiniamo a perseguirlo comunque, visto anche le ultime decisioni del Viminale in materia di sicurezza negli stadi.
E parlo, ovviamente, della cosiddetta “Tessera del Tifoso”: una schedatura vera e propria, che sa tanto di “Stato di Polizia”, ma che, sopratutto, risulta essere assolutamente illegittima, in quanto basa le limitazioni imposte (divieto di trasferta su tutte) sull'ormai famoso DASPO (Divieto di Accesso alle manifestazione Sportive), che è, in pratica, una sorta di condanna (la chiamano “preventiva”) senza processo, che può essere anche emessa grazie ad una semplicissima segnalazione di un agente di polizia in servizio allo stadio, o su una condanna, anche con sentenza non definitiva, per reati commessi in occasione di manifestazioni sportive.
Devo essere sincero ed ammettere che ci ho davvero pensato molto prima di buttare giù questa riflessione a voce alta, per il timore delle critiche impetuose che sarebbero piovute, in perfetto stile politically correct, su questa mia posizione. Ma poi ho deciso, comunque, di andare avanti e rendere quanto più possibile pubblico il mio pensiero. Del resto, in un paese dove chi commette una bravata giovanile viene privato dei più elementari diritti civili e chi invece spara ad altezza uomo, uccidendo un ragazzo in autogrill, gli viene addirittura derubricata la pena solo perché indossava una divisa, non è di certo più possibile stare inermi ed in silenzio ad osservare scorrere il corso degli eventi!
La domanda più logica che mi si potrebbe porre allora, in questo momento, è quella relativa alle possibili soluzioni alternative al problema della violenza negli stadi.
Ebbene, io sono convinto che tale problematica dovrebbe essere innanzitutto affidata e affrontata da chi conosce realmente certi ambienti e certe situazioni. In Italia, l'Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive, ad esempio, è uno strumento, a parer mio, totalmente inutile oltre che assolutamente incompetente in materia, in quanto composto da persone che poco o nulla hanno a che vedere con il mondo delle tifoserie organizzate, come i dirigenti delle Ferrovie dello Stato o quelli degli Autogrill.
Senza dimenticare che gli agenti preposti all'ordine pubblico all'interno degli impianti sportivi (e non solo) dovrebbero essere dotati di apposita targhetta di riconoscimento sulla propria divisa, giusto per limitare le stupide e sicuramente inutili provocazioni da parte di chi si fa forte spesso e volentieri perché protetto dall'anonimato e da un'uniforme.
Sono altresì, fortemente favorevole ad impostare una vera e propria politica di dialogo con il mondo delle tifoserie organizzate e degli Ultras in generale, aldilà di qualsiasi tipo di pregiudizio.
Il calcio, e lo sport generale, è anche passione, colore ed emozioni. E una curva di uno stadio, gremita in ogni ordine di posto, esprime perfettamente tutto ciò, oltre ad essere, per alcuni versi, con i suoi riti e con i suoi usi, anche una vera e propria palestra di vita. E proprio in quest'ottica non faccio fatica ad ammettere di essermi trovato in totale sintonia, nonostante la visione politica totalmente diversa, con le posizioni recentemente espresse dall'attuale Presidente della Regione Liguria, Claudio Burlando, che ha pubblicamente riconosciuto l'attività sociale e di volontariato delle tifoserie organizzate e ha chiesto, al Ministero dell'Interno, la revisione della normativa almeno per quanto riguarda l'esposizione degli striscioni allo stadio.
Un piccolo passo in avanti, perlomeno da parte di alcuni organi istituzionali, visto che con la repressione indiscriminata e le soluzioni di pura facciata, che, in sostanza, evitano totalmente il problema, non si ottiene praticamente nulla. E tutto ciò lo abbiamo appurato, senza alcun rischio di smentita, qualche giorno or sono.
L'orco cattivo ha quindi smascherato il principe azzurro, il cavallo bianco è fuggito al galoppo e la fortezza impenetrabile si è rivelato un castello di carte, crollato al primo accenno di vento.
Ci è rimasta solo la speranza, seppur flebile, che, alla fine della storia, tutti possano vivere per davvero, felici e contenti, così come in ogni fiaba che si rispetti!

Daniele Caroleo
Dirigente Nazionale Azione Giovani
Promotore “Identitario.org”

by danielecaroleo | commenti | commenti (popup)
Link | categoria:riflessioni, articoli, daspo, tessera del tifoso
mercoledì, 13 febbraio 2008,07:45

da http://oldfansfondi.splinder.com/

...anche il terzo mese in archivio, senza alcuna novità sostanziale. I protagonisti sempre lì al loro posto, nessuna traccia di giustizia, nemmeno lontanamente. All'orizzonte però le settimane decisive, come da tempo preannunciato. Un tutore dell'ordine indagato dalla Procura di Arezzo con quell'accusa di omicidio volontario, reato che prevede una pena non inferiore ai ventuno anni di prigionia. Nel frattempo però un Pubblico Ministero dispone una serie di accertamenti tecnici, volti a stabilire l'esatta dinamica del colpo esploso dall'agente. Il termine ultimo, che il PM ha stabilito per il deposito delle perizie, scadrà a fine mese, e la speranza è la stessa da tre lunghi mesi: chi ha ucciso Gabbo deve trascorrere in carcere la giusta pena, senza sconti o favori. Inammissibile pensare che ancora oggi sia a piede libero! Pranza tranquillo...


La strategica disinformazione politica e televisiva ci ha propinato ogni tipo di versione: rissa tra tifosi, colpo accidentale che faceva otto carambole e solo per pura sfortuna colpiva un ragazzo che dormiva in una macchina nella corsia opposta dell’autostrada, agguati e scontri, con coltelli e sassi, poi rinvenuti nell’aiuola dell’autogrill (come quella sacca piena di coltelli spranghe e asce che trovano dentro ad un cespuglio prima di ogni derby da venti anni a questa parte…). Insomma la verità è… che la verità ci viene nascosta come sempre in Italia. Sulla persona che ha sparato senza motivo è calato il silenzio stampa, non esiste il caso, non è mai esistito niente, non si sono fatti decreti straordinari che per assurdo obbligano ogni poliziotto in transito sull’autostrada a presentare al casello: codice fiscale, documento, certificato di residenza, suo e di tutti quelli che ha in macchina, in originale, come accade a noi che andiamo allo stadio in virtù di una tutela inesistente. Il silenzio omertoso accompagna le vicende buie da sempre, ma non è calato il nostro sdegno, per quanto è accaduto, per come si è tentato di infangare la memoria di un ragazzo che non c’è più nel pieno dei suoi anni, uno come noi che seguiva la sua squadra ed invece ha trovato la morte, inutile, stupida; sdegno ancora più accentuato dall’omertà e le panzane rifilate da chi fa o dovrebbe fare della giustizia e della verità la propria missione istituzionale e di vita.


Nell’Italia dei tanti pesi e delle tante misure viene tutelato l’assassino al posto dell’assassinato; non sono episodi rari se si ricorda, ad esempio, che è stato addirittura premiato chi ha ammazzato investendo ubriaco quattro ragazzini per strada, con soggiorno in un appartamento con vista mare e la possibilità di sbarcare il lunario nell’ambito "pubblicitario". Non stupisce, quindi, che venga oggi protetto l’assurdo comportamento di una persona che pensa bene di sparare ad altezza d’uomo. Per questa Italia di cacca, "munnezz", veline e “Costantini”, di "Onorevoli" che bestemmiano e brindano in Parlamento, si insultano e cambiano colore a seconda del vento... vergogna!

 

by danielecaroleo | commenti (4) | commenti (4)(popup)
Link | categoria:riflessioni, documenti, foto, notizie
lunedì, 11 febbraio 2008,16:43

di Bianca Penna (www.asgmedia.it

Sono passati tre mesi da quella tragica mattina di novembre. Gabriele Sandri, giovane tifoso laziale, si stava recando a Milano per vedere la partita della sua squadra quando, all'uscita dell'area di servizio Badia al Pino, sull'autostrada A1, un proiettile sparato da un agente della polizia stradale, Luigi Spaccarotella, lo colpisce. Morirà qualche minuto dopo in macchina.
Sono passati tre mesi durante i quali il volto di Gabbo, come lo chiamavano gli amici, è rimasto impresso nella memoria dei tifosi, della gente comune, di chi lo conosceva e dei suoi amici.
Tre mesi nei quali giustizia ancora non è stata fatta.
Venerdí scorso, al Campidoglio, è stata inaugurata la Fondazione Sandri. Il fratello di Gabriele, Cristiano, ha spiegato che "il proposito che si pone è quello di sradicare la violenza che è presente nella società, quella che arriva fino al calcio e che caratterizza la nostra società. I valori come la lealtà, il rispetto, propri dello sport, o la fratellanza che unisce una squadra di calcio sono valori che possono essere trasfusi nell'ambito del sociale" ha detto Cristiano.
Ma i protagonisti di questa storia sono tanti.
C'è quell'agente. C'è Luigi Spaccarotella, accusato di omicidio volontario, a piede libero, che per adesso non ha avuto nemmeno i domiciliari. C'è Spaccarotella che ha sparato da un autogrill verso un altro autogrill. C'è un uomo che, con metodo, si è piegato e ha preso la mira. C'è il suo proiettile che ha attraversato piú di quattro corsie dell'autostrada.
Poi c'è un gruppo ristretto di persone, che quella domenica si trovava dentro la macchina, un gruppo di persone per le quali la vita è stata segnata in modo indelebile da un'azione assurda, incomprensibile, incredibile da credere. Un gruppo di persone che continua a ricordare Gabriele con iniziative, un gruppo di persone che è stato incolpato per una rissa che non c'è mai stata, con l'accusa di aver provocato l'azione dell'agente della polstrada.
E ancora ci sono i tifosi, quelli che nei valori del calcio vero e piú profondo credono ancora. Quelli che per i primi giorni sono stati accusati della morte di Gabriele per la violenza che metterebbero in campo in ogni trasferta, durante ogni partita. Quelli che nella lealtà, nella fratellanza, nel tifo e nei colori credono profondamente. Quelli che dopo quel giorno, negli stadi, non sono stati piú gli stessi. Quelli che, divisi forse dall'appartenenza a quella o a quell'altra squadra, si sono stretti intorno ad una famiglia e ad una comunità intera.
C'è la gente comune. C'è la gente che fino all'ultimo momento ha creduto che si trattasse di un sogno, che non potesse essere vero. Quelli che, in un lungo e silenzioso corteo, sono andati a salutare Gabriele alla camera ardente, al funerale, quelli che lo ricorderanno sempre. Quelli che, anche se del calcio e del tifo non gliene importa nulla, sono rimasti increduli quando un omicidio è stato giustificato per la violenza dei tifosi. Quelli che hanno pensato che durante lo sparo, forse, potevano passare su quelle corsie in macchina. Quelli che vogliono giustizia.
Ci sono i media. C'è la stampa. Ci sono tutti quelli che quella mattina hanno intitolato i loro articoli 'Rissa tra tifosi, un morto', senza comprendere la gravità delle parole che avevano messo nero su bianco, senza capire che venivano meno ad uno dei doveri dei giornalisti: dire e soprattutto raccontare la verità cosí com'è.
Poi c'è la famiglia di Gabriele. C'è una famiglia che non ha ancora avuto giustizia, una famiglia che ha il diritto di avere giustizia.
C'è un'intera popolazione, una nazione, che ha bisogno di sapere com'è andata, ha il diritto di credere che i colpevoli siano presi e abbiano la giusta punizione.
Poi c'è Gabriele. C'è Gabriele che forse quella partita l'ha vista.
C'è Gabriele che forse allo stadio continua ad andare, senza mai smettere di sorridere.

by danielecaroleo | commenti (1) | commenti (1)(popup)
Link | categoria:riflessioni, documenti, foto, articoli, notizie
mercoledì, 06 febbraio 2008,00:48

Milano, 5 febbraio - Sono passati quasi tre mesi, era l`11 novembre, dalla morte del tifoso della Lazio Gabriele Sandri. Il padre Giorgio continua a pretendere giustizia, ma sta pensando di compiere un gesto che faccia capire come la tragedia di suo figlio sia estranea al calcio: andare a vedere il prossimo derby in curva sud: `Sono intenzionato ad andare in sud - ha detto ai microfoni di Supernova tv - I tifosi certe volte sono descritti come chissa` cosa, quando invece sono semplici cittadini che hanno un cuore, una testa e dei sentimenti. Io in Curva Sud ci vado volentieri...`.
`In quell`automobile potevo esserci io, che allo stadio non vado da diverso tempo - ha proseguito - Potevo andare a fare una gita, a teatro o magari a Firenze: il calcio non c`entra nulla in questa storia. Mio figlio e` stato ucciso su un`autostrada e basta`.

by danielecaroleo | commenti (1) | commenti (1)(popup)
Link | categoria:riflessioni, articoli, notizie
venerdì, 01 febbraio 2008,09:24

da www.supertifo.it e www.sportpeople.net

Scrivere a botta calda è difficile e rischioso, ma la tragicità di un evento come la morte di Gabriele Sandri non solo non lascia spazio a temporeggiamenti, ma obbliga a prendere una posizione, di certo coerente con i pensieri di sempre e dunque distante dai pensieri dominanti. Domenica 11 novembre è stata una giornata dura e dolorosa, ed il delittuoso avvenimento nell’area di servizio della A1 ne è solo una parte. Ma andiamo con ordine. La notizia arriva via telefono verso mezzogiorno, improvvisa e perfida come un montante in pieno volto. Subito cerco conferme e dettagli in tv, dove intanto prende corpo il più classico teatrino mediatico e si recita un copione già visto e rivisto: nel leggere i lanci di agenzia la morte del giovane tifoso laziale viene inserita nel quadro di scontri tra opposte tifoserie, pur essendo stato raggiunto da un colpo di pistola. Che sul posto sia intervenuta la Polizia per tentare di sedare una presunta rissa è un particolare, a questo punto, ovvio quanto determinante. Scrivo a distanza di quarantotto ore e nel frattempo è emerso il “dettaglio” che, per certo, un agente ha sparato, a rissa già conclusa, dall’opposta corsia dell’autostrada: roba da poliziesco americano di quarta serie. Come sempre in questi casi le autorità hanno dato conto di colpi sparati in aria a scopo dissuasivo, ma la verità è che un proiettile ha centrato un bersaglio che stava seduto in auto e che alla rissa forse nemmeno aveva preso parte. Un testimone delle ultime ore afferma di avere visto il poliziotto sparare a due mani, nella tipica posizione da poligono di tiro, mentre dalle dichiarazioni di altri agenti sembra ci fosse la piena consapevolezza che i protagonisti del diverbio fossero dei tifosi. Mi si rivolta lo stomaco: il dolore e la rabbia, nonché le improbabili ricostruzioni che i questurini di turno hanno tentato di farci bere, sono gli stessi che ho vissuto alla morte di un altro fratello, Carlo Giuliani.
Quel poco di sensatezza che sopravvive all’inesorabile coinvolgimento emotivo, da ultras e con gli ultras, mi fa pensare per un attimo che l’assurda gravità di quanto è accaduto travalica e precede, ma forse il condizionale è preferibile, qualsivoglia successivo collegamento calcistico: in un paese civile e democratico gli sceriffi non possono avere cittadinanza ed un fatto del genere dovrebbe (il condizionale, appunto) fare insorgere l’intera opinione pubblica e, perché no, la stessa casta politica. Ma siamo nel Paese delle emergenze e del garantismo a senso unico, pretendere un po’ di buon senso appare del tutto fuori luogo. Infatti, sin dalle prime tribune televisive, gira e rigira si finisce sempre a parlare della violenza ultrà, degli incappucciati da stadio, delle trasferte da vietare tout-court come sublimazione totale di tutti i decreti e di tutti i divieti. Già, perché la morte di Gabriele innesca sì un processo, ma i principali imputati, anche stavolta, sono gli ultras, nella fattispecie quegli ultras che hanno dato sfogo alla loro rabbia: al di là dei fatti accaduti a Roma nella sera di domenica, dai quali mi dissocio perché frutto di dinamiche da rileggersi in chiave prettamente extracalcistica, sono bastate due vetrate mandate in frantumi e quattro schiaffoni qui e là per oscurare la tragedia di un ragazzo (un tifoso, ma poteva essere un padre di famiglia in gita domenicale) ucciso senza motivo. Appena otto mesi dopo la morte dell’Ispettore Raciti, sulla cui vera ricostruzione continua a persistere un mistero impenetrabile, gli ultrà tornano loro malgrado ad essere in cima ai problemi di un intero Paese, oscurando ogni altra questione: morti sul lavoro, criminalità organizzata, immigrazione clandestina, corruzione, persino i lavavetri di Firenze avranno qualche giorno di tranquillità. Per il mondo del tifo organizzato la sentenza è già stata scritta ed è pronta la ricetta di sempre: repressione e divieti, divieti e repressione… Il tutto, naturalmente, senza diritto ad alcun contradditorio, ci mancherebbe altro, ma anche senza cercare di capire cosa può essere passato per la mente e per il cuore di migliaia di ragazzi che, in una mite domenica d’autunno, si sono sentiti dei “dead men walking” e che hanno pensato, anche solo per un attimo, che Gabriele potevano essere loro, che così non si può andare avanti, che c’è un limite a tutto. Passi il vergognoso silenzio che da sempre si portano con sé le morti di Stefano Furlan, di Celestino Colombi, di Fabio Di Maio, di Sergio Ercolano. Passi il sistematico insabbiamento delle pistolettate ad Empoli-Vicenza del 1992 e delle vicende Alessandro Spoletini (2001) e di Paolo di Brescia (2005). Passino gli assurdi divieti del decreto Melandri-Amato, i Daspo e le denunce a tradimento, passino persino i pestaggi gratuiti dei blu, ma morire a 28 anni in questo modo non poteva che scatenare una reazione forte… O qualcuno pensava forse che certe cose si possano esprimere con dei comunicati stampa o con uno sciopero della fame? Qualcuno può spiegarmi perché se un agente di pubblica sicurezza, piuttosto che un Ministro od un altro soggetto “upper class”, compie un reato la responsabilità (semmai verrà accertata) è sempre individuale mentre se il colpevole è un ultras si sputano sentenze sommarie e si criminalizza un intero mondo fatto di centinaia di migliaia di giovani? Qualcuno può dirmi cosa sta succedendo alle Forze dell’Ordine italiane, negli ultimi anni protagoniste di svariati episodi poco limpidi (l’eufemismo è d’obbligo…): dal G8 di Genova al caso di Federico Aldrovandi, dalla mattanza di Roma-Manchester fino alla recentissima morte di un falegname 54enne nel carcere di Perugia? Eppoi, fuor di retorica, di buonismo e di politically correct, ci dicano i nostri politici di mezza età come reagivano negli anni Settanta quando queste cose capitavano (eccome se capitavano!) ad un loro compagno o ad un loro camerata…
La mia maledetta domenica la vivo proprio a Bergamo, per Atalanta-Milan, dove va in scena il meglio (o il peggio, vedete voi…) della rabbia ultrà. Da queste parti la solidarietà ultras ha radici lontane e quando la tragica notizia si diffonde la rabbia monta, inevitabilmente, contro il primo nemico, così all’ora dell’aperitivo un gruppo di cellulari viene fatto sloggiare, manu militari, dall’avamposto vicino alla Nord. Pim-pum-pam: oggi non è aria per voi, sparite dalla circolazione. Ma la vera sorpresa giunge poco più tardi, cioè quando arrivano gli ospiti. Mai avrei pensato di vedere le due fazioni, nemiche di lunghissima data, mischiarsi e partire, insieme, contro le divise blu. Anche questo la dice lunga sullo stato d’animo che alberga nei cuori ultras, un’esasperazione cresciuta negli anni che certo non giustifica, ma spiega certo sì, certi atteggiamenti. Dopo i preliminari di rito parte una carica senza se e senza ma, le Fdo sono costrette a sparare lacrimogeni e tuttavia devono ripiegare pesantemente. La situazione si calma ma è tutt’altro che normale, ed anche dentro lo stadio l’atmosfera è pesante. Lo splendido colpo d’occhio di un Brumana da tutto esaurito fa a pugni con una tensione che si taglia a fette: gli ultras dell’una e dell’altra parte chiedono di sospendere la partita, mentre il coro “Assassini-assassini” rimbomba più volte dalle due curve. Dopo la reazione di pancia, sbagliata come forse lo sono tutte le reazioni di pancia, gli ultras ora chiedono un segnale di rispetto, un gesto di buon senso ancora prima che simbolico: fermiamo il carrozzone del calcio, riflettiamo su quello che è successo senza pregiudizi e senza reticenze, cerchiamo di capire cosa non sta funzionando e cosa non ha funzionato in questo turbine di tolleranza zero. Anche nei palazzi del potere si è appena discusso se giocare oppure no, ma se dal mondo sportivo sembrava aprirsi uno spiraglio, quello politico ed istituzionale hanno chiuso subito la porta a doppia mandata: i giornali del lunedì, in particolare, riferiscono di un vero e proprio diktat del capo della Polizia Manganelli, contrario ad ogni possibile paragone con lo stop decretato alla morte di Raciti. A sua volta il Ministro degli Interni Amato avalla tale decisione e spiega che in questo modo si sono evitati ulteriori disordini, ma se una cosa del genere poteva forse giustificare la disputa di una finale di Coppa Campioni preceduta da 39 morti, questa volta appare come una posizione preconcetta, ed infatti larga parte del mondo politico, senza vincoli di maggioranze, criticherà tale decisione… A Bergamo come altrove, eccezion fatta per Inter-Lazio, la partita dunque si gioca, pur cominciando con 10 minuti di ritardo e con il lutto al braccio dei giocatori. Gli ultras non si rassegnano alla logica dello spettacolo che deve continuare: ai cori si aggiunge qualche torcia che piove in campo dalla Nord, ma il match inizialmente va avanti. I bergamaschi optano allora per la linea dura e cominciano ad infierire contro una vetrata che dà accesso al campo, fintanto che la stessa non dà segni di cedimento. Il resto è storia nota: i giocatori che si avvicinano alla curva, la discussione coi tifosi, la sospensione della partita, i processi mediatici, gli arresti, le istituzioni e la stessa Atalanta Bergamasca Calcio che annunciano di costituirsi parte civile. Pensatela come volete, ma tra tutte le cose che si potrebbero dire a proposito di un tombino usato a mo’ di ariete, io dico che i ragazzi della Nord hanno dovuto ricorrere all’unica opzione che avevano per essere presi sul serio, e la morte di Gabriele era una cosa maledettamente seria per non tentare il tutto e per tutto. Dico di più: come fecero i genoani quando morì Spagna, anche domenica scorsa gli ultras avevano il diritto di pretendere la sospensione della partita ed il dovere morale di imporre a tutto il mondo del calcio una profonda riflessione su quanto accaduto. Chiamatelo forse anche diritto al rancore, ma a è un rancore che non nasce dal nulla…
State pur certi che decine, forse centinaia di ragazzi pagheranno un conto salatissimo per la loro azione, a Bergamo, come a Taranto, come altrove. State altrettanto certi che per loro non sarà contemplata nessuna presunzione di innocenza fino al processo, nessuna attenuante, nessuno sconto di pena: ne va dell’immagine di uno Stato incapace di garantire l’ordine pubblico, se non vietando, proibendo e, spiace dirlo, mostrando tanti muscoli e poco cervello, soprattutto se si tratta di perseguire il ladro di polli e non il pappone o il bancarottiere di turno. Ma ha ancora un senso argomentare su tutto questo? Si dice che la morte non ha colori ed è uguale per tutti, ma non è vero: non lo pensa lo Stato, impegnato soprattutto a minimizzare il vero fatto scandaloso della giornata; non lo pensano le Istituzioni sportive, che sospendono i campionati in una domenica in cui la serie A già era ferma; non lo pensa il tifoso comune, soprattutto quello che allo stadio ci va solo, appunto, per un Atalanta-Milan e le altre 37 partite le guarda in poltrona. Già, perché al dolore della morte di un fratello, nell’imbrunire di questa maledetta domenica si palesa uno stadio che non solo non appoggia, ma addirittura insorge contro le due fazioni ultras, irridendole con cori offensivi e, di fatto, isolandole come tanti buoni predicatori da anni chiedevano si facesse. Mi gioco la testa che questi “tifosi modello” erano già pronti a spellarsi le mani per un ringhio di Gattuso o una punizione da Pirlo, erano pronti a festeggiare il goal dell’una o dell’altra squadra, forse anche a lanciare la classica bottiglietta d’acqua contro il guardialinee venduto… Preferisco stare con chi ha forse esagerato ma lo ha fatto per un motivo serio, ma quando, dentro e fuori il Brumana, ultras atalantini e rossoneri si mescolano ed alzano gli ultimi cori insieme, mi sfiora un brivido: e se fosse il canto del cigno?! Sappiamo che sarà sempre più dura andare avanti, ma abbiamo un motivo in più per stringere i denti e non mollare… ciao Gabriele.

Lele
(Gabriele Viganò)

by danielecaroleo | commenti (2) | commenti (2)(popup)
Link | categoria:riflessioni, documenti, foto, articoli, notizie