
C'era una volta: potrebbe cominciare proprio così questa riflessione, visto che stiamo andando a parlare di una vera e propria favola, propinataci per anni! Una favola a tutti gli effetti, con l'orco cattivo ed il principe azzurro, che sul suo destriero bianco e con gesta eroiche, era pronto a salvare la bella principessa ed il suo amato castello. Peccato che si tratti semplicemente di una favola, e come tale sarebbe dovuta rimanere, se qualcuno, dall'alto della sua immane saccenza e ineguagliabile convinzione, non avesse tentato a tutti i costi di farla passare per realtà.
Sto ovviamente parlando del tanto acclamato “modello inglese”, troppo spesso preso ad esempio dai vari pseudobuonisti e opinionisti da salotto, ogni qualvolta si è presentata l'occasione di trattare l'argomento della cosiddetta violenza negli stadi e dei “teppisti del calcio”.
Una bugia. Una farsa, che però alla fine è venuta a galla. Così come quando qualcuno, avendo ospiti a casa, per tentare di fare bella figura, si limita a nascondere la polvere sotto al tappeto: lo sanno anche i bambini che quel tappeto, prima o poi, verrà, inavvertitamente, alzato davanti a tutti, facendo fare una magra figura al padrone di casa. E questo è quello che è successo qualche giorno fa in Inghilterra, in occasione della partita di Coppa di Lega tra il West Ham ed il Millwall.
Una rivalità antica quella tra le due tifoserie di cui sopra. Un odio antico, che va aldilà delle logiche campanilistiche a cui siamo abituati in Italia, e che ha radici profonde e ben radicate nel tessuto sociale di queste due comunità. Due territori confinanti, composti, sopratutto negli anni venti, per la maggior parte da operai che lavoravano nelle fonderie e nelle fabbriche nella periferia ad est di Londra. In quegli anni, i tifosi del West Ham organizzarono uno sciopero al quale quelli del Millwall decisero di non aderire. Da quel momento in poi, l'escalation della rivalità, che causò anche un morto, nel 1978. Una rivalità che è stata anche ripresa nel recentissimo film “Green Street Hooligans” e che annovera tra i suoi attori protagonisti quel Elijah Wood, ai più famoso nei panni di Frodo ne “Il Signore degli Anelli”. Una pellicola che ha trattato in modo abbastanza approfondito, e anche piuttosto romanzato, la vita di una vera e propria “firm” di hooligans e che si conclude, in pratica, con uno scontro all'ultimo sangue tra le tifoserie, per l'appunto, del West Ham e del Millwall. E la sera scorsa questo scenario, ben lontano da un set cinematografico, si è verificato, in maniera ancora più eclatante e cruento, nei pressi e all'interno dello Stadio del West Ham, prima, durante e dopo la partita in questione. Scontri, invasioni di campo, inseguimenti, si sono protratti per ore, nonostante ci avessero raccontato, per molto e molto tempo, che tutte queste cose erano ormai state debellate definitivamente dagli stadi di calcio britannici.
Per anni abbiamo assistito, in televisione, ad immagini, spesso accompagnate da numerosi commenti pieni di insulsa retorica, di stadi inglesi con gente seduta in maniera composta, senza alcuna recinzione tra gli spalti ed il campo. Ci avevano fatto capire che questo famigerato “modello inglese” era riuscito a spazzare via gli ultimi residui di violenza relativi al mondo del calcio.
Peccato che, mentre ci somministravano tutte queste storielle, si dimenticavano, volutamente, di raccontarci dell'aumento esponenziale, negli ultimi anni, della violenza negli stadi durante le partite delle serie inferiori britanniche e che, sopratutto, sono mutati totalmente i luoghi di incontro-scontro delle tifoserie, che hanno deciso di trasferirsi, o nelle stazioni delle metropolitane, con notevoli disagi per gli altri, sfortunati, passeggeri, o in ampi spiazzi lontano dagli stadi, previo appuntamento, solitamente effettuato via internet. Senza scordare che il fenomeno “Hooligans” si ripresentava, puntualmente, ogni qualvolta la nazionale inglese giocava in trasferta o durante le partite all'estero di alcune squadre d'oltremanica.
Bisognerebbe quindi prendere atto che il sistema repressivo, tanto acclamato in passato, è pressoché fallito, così come si affrettavano a precisare i giornalisti che commentavano le immagini di qualche giorno fa provenienti da Londra. E' fallito fin dagli albori, ma in Italia ci ostiniamo a perseguirlo comunque, visto anche le ultime decisioni del Viminale in materia di sicurezza negli stadi.
E parlo, ovviamente, della cosiddetta “Tessera del Tifoso”: una schedatura vera e propria, che sa tanto di “Stato di Polizia”, ma che, sopratutto, risulta essere assolutamente illegittima, in quanto basa le limitazioni imposte (divieto di trasferta su tutte) sull'ormai famoso DASPO (Divieto di Accesso alle manifestazione Sportive), che è, in pratica, una sorta di condanna (la chiamano “preventiva”) senza processo, che può essere anche emessa grazie ad una semplicissima segnalazione di un agente di polizia in servizio allo stadio, o su una condanna, anche con sentenza non definitiva, per reati commessi in occasione di manifestazioni sportive.
Devo essere sincero ed ammettere che ci ho davvero pensato molto prima di buttare giù questa riflessione a voce alta, per il timore delle critiche impetuose che sarebbero piovute, in perfetto stile politically correct, su questa mia posizione. Ma poi ho deciso, comunque, di andare avanti e rendere quanto più possibile pubblico il mio pensiero. Del resto, in un paese dove chi commette una bravata giovanile viene privato dei più elementari diritti civili e chi invece spara ad altezza uomo, uccidendo un ragazzo in autogrill, gli viene addirittura derubricata la pena solo perché indossava una divisa, non è di certo più possibile stare inermi ed in silenzio ad osservare scorrere il corso degli eventi!
La domanda più logica che mi si potrebbe porre allora, in questo momento, è quella relativa alle possibili soluzioni alternative al problema della violenza negli stadi.
Ebbene, io sono convinto che tale problematica dovrebbe essere innanzitutto affidata e affrontata da chi conosce realmente certi ambienti e certe situazioni. In Italia, l'Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive, ad esempio, è uno strumento, a parer mio, totalmente inutile oltre che assolutamente incompetente in materia, in quanto composto da persone che poco o nulla hanno a che vedere con il mondo delle tifoserie organizzate, come i dirigenti delle Ferrovie dello Stato o quelli degli Autogrill.
Senza dimenticare che gli agenti preposti all'ordine pubblico all'interno degli impianti sportivi (e non solo) dovrebbero essere dotati di apposita targhetta di riconoscimento sulla propria divisa, giusto per limitare le stupide e sicuramente inutili provocazioni da parte di chi si fa forte spesso e volentieri perché protetto dall'anonimato e da un'uniforme.
Sono altresì, fortemente favorevole ad impostare una vera e propria politica di dialogo con il mondo delle tifoserie organizzate e degli Ultras in generale, aldilà di qualsiasi tipo di pregiudizio.
Il calcio, e lo sport generale, è anche passione, colore ed emozioni. E una curva di uno stadio, gremita in ogni ordine di posto, esprime perfettamente tutto ciò, oltre ad essere, per alcuni versi, con i suoi riti e con i suoi usi, anche una vera e propria palestra di vita. E proprio in quest'ottica non faccio fatica ad ammettere di essermi trovato in totale sintonia, nonostante la visione politica totalmente diversa, con le posizioni recentemente espresse dall'attuale Presidente della Regione Liguria, Claudio Burlando, che ha pubblicamente riconosciuto l'attività sociale e di volontariato delle tifoserie organizzate e ha chiesto, al Ministero dell'Interno, la revisione della normativa almeno per quanto riguarda l'esposizione degli striscioni allo stadio.
Un piccolo passo in avanti, perlomeno da parte di alcuni organi istituzionali, visto che con la repressione indiscriminata e le soluzioni di pura facciata, che, in sostanza, evitano totalmente il problema, non si ottiene praticamente nulla. E tutto ciò lo abbiamo appurato, senza alcun rischio di smentita, qualche giorno or sono.
L'orco cattivo ha quindi smascherato il principe azzurro, il cavallo bianco è fuggito al galoppo e la fortezza impenetrabile si è rivelato un castello di carte, crollato al primo accenno di vento.
Ci è rimasta solo la speranza, seppur flebile, che, alla fine della storia, tutti possano vivere per davvero, felici e contenti, così come in ogni fiaba che si rispetti!
Daniele Caroleo
Dirigente Nazionale Azione Giovani
Promotore “Identitario.org”
Link | categoria:riflessioni, articoli, daspo, tessera del tifoso






di Bianca Penna (
Milano, 5 febbraio - Sono passati quasi tre mesi, era l`11 novembre, dalla morte del tifoso della Lazio Gabriele Sandri. Il padre Giorgio continua a pretendere giustizia, ma sta pensando di compiere un gesto che faccia capire come la tragedia di suo figlio sia estranea al calcio: andare a vedere il prossimo derby in curva sud: `Sono intenzionato ad andare in sud - ha detto ai microfoni di Supernova tv - I tifosi certe volte sono descritti come chissa` cosa, quando invece sono semplici cittadini che hanno un cuore, una testa e dei sentimenti. Io in Curva Sud ci vado volentieri...`.
da
Quel poco di sensatezza che sopravvive all’inesorabile coinvolgimento emotivo, da ultras e con gli ultras, mi fa pensare per un attimo che l’assurda gravità di quanto è accaduto travalica e precede, ma forse il condizionale è preferibile, qualsivoglia successivo collegamento calcistico: in un paese civile e democratico gli sceriffi non possono avere cittadinanza ed un fatto del genere dovrebbe (il condizionale, appunto) fare insorgere l’intera opinione pubblica e, perché no, la stessa casta politica. Ma siamo nel Paese delle emergenze e del garantismo a senso unico, pretendere un po’ di buon senso appare del tutto fuori luogo. Infatti, sin dalle prime tribune televisive, gira e rigira si finisce sempre a parlare della violenza ultrà, degli incappucciati da stadio, delle trasferte da vietare tout-court come sublimazione totale di tutti i decreti e di tutti i divieti. Già, perché la morte di Gabriele innesca sì un processo, ma i principali imputati, anche stavolta, sono gli ultras, nella fattispecie quegli ultras che hanno dato sfogo alla loro rabbia: al di là dei fatti accaduti a Roma nella sera di domenica, dai quali mi dissocio perché frutto di dinamiche da rileggersi in chiave prettamente extracalcistica, sono bastate due vetrate mandate in frantumi e quattro schiaffoni qui e là per oscurare la tragedia di un ragazzo (un tifoso, ma poteva essere un padre di famiglia in gita domenicale) ucciso senza motivo. Appena otto mesi dopo la morte dell’Ispettore Raciti, sulla cui vera ricostruzione continua a persistere un mistero impenetrabile, gli ultrà tornano loro malgrado ad essere in cima ai problemi di un intero Paese, oscurando ogni altra questione: morti sul lavoro, criminalità organizzata, immigrazione clandestina, corruzione, persino i lavavetri di Firenze avranno qualche giorno di tranquillità. Per il mondo del tifo organizzato la sentenza è già stata scritta ed è pronta la ricetta di sempre: repressione e divieti, divieti e repressione… Il tutto, naturalmente, senza diritto ad alcun contradditorio, ci mancherebbe altro, ma anche senza cercare di capire cosa può essere passato per la mente e per il cuore di migliaia di ragazzi che, in una mite domenica d’autunno, si sono sentiti dei “dead men walking” e che hanno pensato, anche solo per un attimo, che Gabriele potevano essere loro, che così non si può andare avanti, che c’è un limite a tutto. Passi il vergognoso silenzio che da sempre si portano con sé le morti di Stefano Furlan, di Celestino Colombi, di Fabio Di Maio, di Sergio Ercolano. Passi il sistematico insabbiamento delle pistolettate ad Empoli-Vicenza del 1992 e delle vicende Alessandro Spoletini (2001) e di Paolo di Brescia (2005). Passino gli assurdi divieti del decreto Melandri-Amato, i Daspo e le denunce a tradimento, passino persino i pestaggi gratuiti dei blu, ma morire a 28 anni in questo modo non poteva che scatenare una reazione forte… O qualcuno pensava forse che certe cose si possano esprimere con dei comunicati stampa o con uno sciopero della fame? Qualcuno può spiegarmi perché se un agente di pubblica sicurezza, piuttosto che un Ministro od un altro soggetto “upper class”, compie un reato la responsabilità (semmai verrà accertata) è sempre individuale mentre se il colpevole è un ultras si sputano sentenze sommarie e si criminalizza un intero mondo fatto di centinaia di migliaia di giovani? Qualcuno può dirmi cosa sta succedendo alle Forze dell’Ordine italiane, negli ultimi anni protagoniste di svariati episodi poco limpidi (l’eufemismo è d’obbligo…): dal G8 di Genova al caso di Federico Aldrovandi, dalla mattanza di Roma-Manchester fino alla recentissima morte di un falegname 54enne nel carcere di Perugia? Eppoi, fuor di retorica, di buonismo e di politically correct, ci dicano i nostri politici di mezza età come reagivano negli anni Settanta quando queste cose capitavano (eccome se capitavano!) ad un loro compagno o ad un loro camerata…